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Accademia

 

 

 

L'accadesimo letterario in Liguria Occidentale '600 e '700
INDICE:


1 - L'OPERA DI PROMOTORE E AGITATORE CULTURALE DI DOMENICO ANTONIO GANDOLFO SECONDO BIBLIOTECARIO DELL'APROSIANA


2 - L'"OLDOINI CORRETTO" UN "TESTO" BASILARE CUSTODITO ALLA BIBLIOTECA APROSIANA DI VENTIMIGLIA ESSENZIALE PER APPROFONDIRE LA CONOSCENZA DEI FERMENTI CULTURALI LIGURI OCCIDENTALI


3 - LA BIBLIOTECA APROSIANA ED IL GANDOLFO: LUOGHI DI CONVERGENZA DEI CONTEMPORANEI LETTERATI LIGURI, PIEMONTESI E DI AREA FRANCO-PROVENZALE


4 - SCAMBI DI "NATURA ACCADEMICA" NEL PONENTE LIGURE TRA FINE XVII E PRIMI XVIII SECOLO


5 - IL "GABINETTO SCIENTIFICO ACCADEMICO" DI VENTIMIGLIA


6 - L' "ACCADEMIA DEI VAGABONDI" DI TAGGIA


7 - LA PROGETTATA "ACCADEMIA DEGLI OSCURI" A VENTIMIGLIA


8 - ACCADEMIE LETTERARIE DI MENTONE, MONACO, SOSPELLO

 

 

Antonio Francesco Gandolfo nacque a Ventimiglia da G. B. Gandolfo (var. -i) di Porto Maurizio e dalla genovese Maria Pelina Olignani il 27/XI/ 1653.
Perse giovanissimo i genitori e passò, morta anche la nonna, sotto la tutela dello zio Domenico Antonio Cotta Sismondi, coetaneo, conterraneo e corrispondente dell'Aprosio, già uditore del nunzio apostolico di Svizzera Lorenzo Gavotti, poi protonotaro apostolico e quindi, a Ventimiglia, arcidacono penitenziere del vescovo Promontorio. Insigne giurista il Cotta Sismondi avvicinò il nipote, contestualmente, a Chiesa e cultura e, nonostante prediligesse l'ordine dei Minori Conventuali o dei Minori Osservanti, non fece alcuna opposizione al fatto che il Gandolfo entrasse a 15 anni nell'ordine degli agostiniani e, prendendo l'abito nel convento di S. Maria della Consolazione di Genova, assumesse da religioso il suo nome.
Da svariati segnali informativi sono ricostruibili comunque già in epoca anteriore al noviziato contatti culturali del giovanetto, grazie sempre ai servigi del Cotta-Sismondi, con l'Aprosio e con altri dotti, letterati di un certo nome e semplici studenti, gravitanti intorno alla "Libraria" ventimigliese: Giovanni Girolamo Lanteri e Paolo Agostino Orengo in particolare. I suoi studi fondamentali li svolse però nel convento genovese e, in un successivo periodo, a Loano sotto la guida di Giuseppe Giuliano "Bonomo" da Cuneo: probabilmente a quest'epoca (1669/70) risalgono i suoi primi, autentici incontri con i fermenti intellettuali ed eruditi degli ambienti di Savona e di Genova e in questo periodo di formazione sono da individuare le prime registrazioni critiche su scrittori liguri non segnalati nelle sillogi del Soprani, del Giustiniani e dell'Oldoini.
Conseguita in Liguria una solida preparazione culturale e soprattutto scoperta la letteratura ligure coeva (di cui fu a lungo fedele innamorato) il Gandolfo venne improvvisamente assegnato, cosa usuale tra i religiosi regolari, al convento della Santissima Trinità di Viterbo dove "passati due anni fu dichiarato Maestro di Studio e difese due Cattedre di Teologia, una sotto la protezione del Signor Principe di Monaco suo benignissimo padrone e laltra dedicata a Monsignor Nicolò Piccolomini Senese, allora Secretario dei Memoriali del Sommo Pontefice".
Venne poi, altrettanto improvvisamente, mandato a Parma, presso il locale convento di Agostiniani, in qualità di "Respondente di Teologia e Lettore di Filosofia"; qui entrò in contatto con il ricco ambiente culturale sostenuto dai Farnese e divenne intimo di Prospero Antonio Rossi, suo intelligente coetaneo, già corrispondente dell'Aprosio, erudito lettore di "Belle lettere" a Borgotaro, poi baccelliere e quindi predicatore generale agostiniano dal 1682 .
Nel corso di questi repentini cambiamenti di sede il Gandolfo acuì contestualmente il suo patrimonio erudito e le sue strumentazioni critiche: in particolare si formò la convinzione che un vasto bagaglio di interlocutori e di informatori di buona levatura culturale disseminati per l'ltalia fosse sempre necessario per chi avesse intenzione di produrre operazioni, più o meno vaste, di analisi letteraria o storica.
Questo concetto era usuale già per l'Aprosio, ma nel Gandolfo l'idea dei numerosi corrispondenti si caricò piuttosto di una eminente funzione pragmatica e documentaria: le encomiastiche smancerie epistolari gli piacevano solo nella misura in cui fossero il viatico per osservazioni tecniche di provata credibilità e di indiscussa valenza per i suoi studi.
Ritornò a Ventimiglia dopo un anno, gratificante e pregno di stimolazioni intellettuali, trascorso nell'area parmense; al convento agostiniano della città ligure affiancò lo stanco e vecchio Aprosio che rimase entusiasta della prospettiva di un discepolo bibliofilo cui potesse affidare e poi lasciare la sua "Libraria" senza patemi d'animo.
A testimonianza di tutto ciò non casualmente si legge in una lettera aprosiana del 5 luglio 1678, ad Antonio Magliabechi (B. N. F., Mss. 141) "...E venuto a stare in questo Convento un nostro giovane di venticinque anni, non meno goloso di libri di quanto mi sia io, comprandone giornalmente e tenendomi giornalmente compagnia. Questi non è di nostro casato e con tutto ciò è amico dellAprosiana. Questo fa che io morirà contento lassando uno che è amico de libri a custodia di essa. Se io viverò per qualche anno non lasserò distruirlo".
Gandolfo accudì l'Aprosio, con il progredire dell'età sempre più tormentato dalla malaria anticamente contratta, come un figlio e gli fu accanto sin al momento della morte, avvenuta alle ore 23 del 23 febbraio 1681, occupandosi direttamente delle onoranze funebri.
Apprendiamo direttamente dallo stesso Gandolfo che fu proprio lui a far predisporre ogni cosa per le onoranze funebri (compresi gli ancora rari manifesti listati a lutto, sistemati nei luoghi più frequentati della cittadina): poco dopo come ancora ci ragguaglia in una sua opera (Fiori poetici doll'eremo agostiniano, Genova, per il Franchelli, 1682, p.54) preparò anche l'iscrizione, poi non realizzata, che avrebbe dovuto essere incisa su una lapide da sistemare sopra la porta d'accesso della biblioteca: " Hoc opus eximium a fundamentis erexit sua industria admod. Reverendus Pater Angelicus Aprosius nostrae Congregationis Vicarius Generalis: vir et in moribus candidus et in doctrina eruditissimus. Qui apud omnes philologos sui temporis in honore fuit: cuius nomen immortale permanet, plusquam in libris centum praelo expressis a se ipso et ab ab aliis. Obiit anno 1681, die 23 Febrauarii, horae 23, aetatis annorum 74. Fr. Domenicus Antonius Gandolphus ex vero cordis affectu et tanti beneficii memor, cum esset prior posuit anno supradicto".
Dal marzo 1681 sostituì quindi ufficialmente Angelico Aprosio nella direzione della biblioteca, contribuendo in maniera superlativa al suo potenziamento e alla sua funzionalità. Da questa sede, prestigiosa quanto impegnativa, iniziò un solido lavoro culturale: in particolare se da un lato seppe generalmente mantenere le relazioni e le abitudini sociali dell'Aprosio, conservando alla "Libraria" i contatti con gli antichi corrispondenti del predecessore, dall'altro si preoccupò di surrogare celermente gli "amici", per diversi motivi, irreperibili con nuovi simpatizzanti tra cui, per restare in ambiente ventimigliese, Gio. Angelo Orengo-Casanata (cugino del poeta ed erudito Paolo Agostino Orengo) e Gio. Paolo Fenoglio, medico intimo dell'arcivescovo di Milano Caccia.
Astuto fruitore di biblioteche il Gandolfo era ben consapevole dell'importanza che, per l'arricchimento o il semplice aggiornamento di una buona "Libraria", avevano i munifici sostenitori, gli amici colti e lusingati dalla possibilità di far eternare nelle sue " scanzie", scaffali od armadi i loro libri o i tomi che parlassero di loro od almeno li ricordassero, come benefici donatori, oltre il tempo concesso dalla vita.
In questo procedimento Aprosio fu maestro e Gandolfo buon scolaro. Entrambi giocarono sull'ansia d'eterno sofferta dai dotti del tempo: la loro biblioteca stava diventando realmente la "Biblioteca del tutto", in cui scritti e ricordi, menzioni ed elogi, cosucce e cosacce venivano riscattate dall'impietoso oblio del tempo che passa e cancella. E i saggi, le opere, gli appunti continuarono a pervenire all'Aprosiana: l'affluente di cultura libresca escogitato dall'Aprosio non cessò quindi di funzionare a pieno regime.
Ma il Gandolfo si preoccupò, con efficienza, anche d'altro; aveva gustato spazi intellettuali molto vasti e, pur senza certe insofferenze manifestate dall'Aprosio, anche lui soffriva il provincialismo della sua nuova sistemazione.
Cercò o meglio tentò un nuovo respiro culturale nelle pubblicazioni e finalmente editò a Genova, nel 1682, presso la stamperia del Franchelli i suoi "Fiori poetici delleremo agostiniano".
L'operetta (249 pagine) risultò una scelta antologica di prodotti poetici di agostiniani ma, seppur in modo gregario, si qualificava pure come esercizio elementare di ermeneutica e di indagine critica; alienato da sé il logorroico e a volte vigoroso disordine aprosiano, il Gandolfo dispose organicamente il materiale poetico e lo fece precedere da un'esaustiva documentazione bio-bibliografica sui singoli autori: in particolare la bibliografia sull'Aprosio (pp. 221-49) è sicuramente la silloge secentesca più documentata e ragionata di quanti scrissero e dei motivi per i quali scrissero sul predecessore.
Nella rassegna antologica trova posto anche il Gandolfo stesso che, al pari dell'Aprosio e come poi il terzo bibliotecario Giacomo Antonio De Lorenzi, ebbe il vezzo di comporre versi e, per un certo periodo, l'ambizione del poeta; la vena pare scarsa, prevalenti le tematiche religiose ed encomiastiche, già obsoleta la strutturazione linguistica e la strumentazione retorica: ben presto, abbandonata questa prospettiva di lavoro, il Gandolfo scelse la via, a lui più congeniale, dell'indagine erudita, cui già in fondo si era accostato coi Fiori Poetici. Della sua produzione lirica comunque restano 21 madrigali, 10 sonetti, 4 sonetti acrostici, 1 ode acrostica, 2 anagrammi puri, 1 anagramma con licenza: fra tanto la cosa migliore è forse il sonetto dall'incipit "Di riso no, di pianto vi coprite" cui, fuori delle tematiche religiose e della presunta potenzialità catartica, si riconosce una mesta visione della caducità delle cose.
E' importante a questo punto esaminare l'atteggiamento del frate verso Ventimiglia, città onusta di antichità ma all'epoca bruttina, provinciale ed isolata, certamente scomoda per il "grande giro culturale" e forse anche calunniata oltre i "demeriti" e la non facile collocazione geo-politica.
Aprosio come detto vi si adattò, con qualche malcelata indolenza e tanti confessati rimpianti per Venezia, soprattutto quando vi riuscì, con successo e soddisfazione, a sistemare quella sua biblioteca che, viste certe precarie contingenze, avrebbe anche potuto veder disperdere.
Pure Gandolfo provò dapprima l'angoscia dell'isolamento intellettuale ma presto, senza acredine e nostalgie, seppe guardare oltre la frontiera artificiale della "Libraria" e riconoscere quei fermenti culturali che stavano maturando, specialmente ma non solo all'ombra dell'Aprosiana stessa.
E seppe ma soprattutto volle, messo da parte l'eroico ma fazioso autoisolamento del dotto aristocraticamenre pomposo, accettare e coltivare le potenzialità culturali di Ventimiglia: in particolare si sforzò nel tentativo di agganciarle ai moti intellettuali ed eruditi che si stavano manifestando in Italia. Per questo, pur continuando ad alimentare il colloquio con i vari Bacchini, Magliabechi, Cartari e pur intrattenendo cordialissimi contatti con diverse importanti Accademie, il frate si obbligò con crescente impegno a concentrare in un unicum le non organizzate forze di diversi letterati ventimigliesi.
Entrando nei dettagli si possono qui addirittura elencare alcune di siffatte, poliedriche, iniziative promozionali del nuovo ed ambizioso bibliotecario intemelio.
A riguardo dell'Aprosiana, nei "Fiori Poetici", a p. 192, Gandolfo stesso si riconobbe, scrivendo in terza persona, le seguenti operazioni: " ...lha adornata nelle scanzie e nela tavola di mezzo e lha accresciuta di molti libri, in particolare di più di 50... " (ma questo lo scriveva nel 1682 e vi sarebbe ufficialmente rimasto come bibliotecario ancora per diversi anni, con l'assimilazione quindi di parecchi altri volumi freschi di stampa od anche di notevole rarità).
Il rammentare qui siffatta autocitazione non vuol per nulla alimentare l'idea che i suoi meriti siano stati disconosciuti dai concittadini e in particolare dagli eruditi locali: basti qui ricordare Gio. Paolo Fenoglio che, in relazione al valore del Gandolfo, scrisse ("Elogium epitalamicum in nuptiis...", Niciae, Romeri, 1687, p. 16) " Insignis illa Bibliotheca Aprosiana nunc a perspicacissimo Gandolfo illustrata, tot voluminibus referta ut saeculorum opus videatur et iure merito litterarum Oceanus ac mirandum Minervae Theatrum possit appellari ".

Per quanto invece concerneva la sua ferrea volontà di non perdere i contatti con gli antichi corispondenti dell'Aprosio fa particolare fede, fra altri segnali e testimoni culturali, una lettera dell'erudito G. B. Pacichelli (già in contatto epistolare con l'Aprosio: cfr. MS. E. VI. 9 in B. U. G.; 3 lettere a. 1678-79) che scrisse al Gandolfo da Napoli (1/VIII/I687): " Non si può che magnificar dencomi la penna ed il genio suo i quali sembran di far risorgere su le carte gli spiriti del P. Maestro Angelico Aprosio di lei compatriota (come fu anche registrato dallo stesso Gandolfo nella sua "Dissertatio historica de ducentis celeberrimis augustinianis scriptoribus...", Romae, typis Buagni, 1704, p. 394) ".
Gandolfo dovette però superare qualche propria titubanza e le altrui diffidenze iniziali per riannodare alcuni vecchi contatti dell'Aprosio: le lettere di G. F. Ruota (Roma, 17/V/1687) e di Carlo Cartari (Roma, 24/IV|I689) pubblicate dal nuovo bibliotecario in una sua opera di varia erudizione ("Dispaccio Istorico, curioso et erudito", Mondovì, per il Veglia, 1695 p. 110 e 102-105) sono per l'appunto la prova estrema di un lavoro anche asfissiante di persuasione e di valorizzazione, sì che che i dotti lontani non pensassero che, dopo la scomparsa del fondatore, l'Aprosiana avesse iniziato un lento degrado o non avesse invece -cosa di cui molto spesso si convincevano dopo pochi contatti epistolari- un nuovo "custode" all'altezza delle molteplici esigenze culturali dell'istituzione e del suo continuo bisogno di aggiornamento [per un riscontro dei corrispondenti dell'Aprosio divenuti in seguito fruttuosi interlocutori del Gandolfo costituisce tuttora una fondamentale base di ricerca il lavoro di Antonia Ida Fontana, "Epistolario e indice dei corrispondenti del padre Angelico Aprosio" in " Accademie e Biblioteche dItalia ", anno XLII (I974), n. 45].
Invece, a proposito delle relazioni erudite e culturali che il Gandolfo prese ad alimentare con crescente passione in una Ventimiglia, di cui aveva già segnalato, ma non con siffatti approfondimenti, un risveglio culturale editando "Il Beneficato beneficante, ombreggiato nella città di Ventimiglia" (Genova, per il Franchelli, 1683, p. 25), bisogna anche menzionare la concomitanza di precise e favorevoli contingenze intellettuali.
A prescindere del potenziamento dell'Aprosiana (ormai patrocinato direttamente dallo stesso Ordine agostiniano), la più importante di tali promozioni culturali fu realizzata col contributo della " Signora Devota Maria Orengo " che nel 1686 lasciò una cospicua somma per l'allestimento di un centro di studio e l'istituzione di cattedre " di Grammatica e belle lettere "; l'iniziativa, la sua realizzazione e, naturalmente, la donatrice furono celebrate da un intimo del Gandolfo, il poeta nizzardo ma residente a Mentone Giovanni Francesco Martini, nell'ode "Studia literarum excitata", Nizza, per il Romero, I686: la notazione non è priva di valore culturale, il fatto che un erudito non ventimigliese sia intervenuto a celebrare la benefattrice è un'altra prova dei vivaci contatti di letterati di altre città e ambienti culturali, non solo del genovesato, con la temperie intellettuale esorcizzata in Ventimiglia dal fiorire di iniziative di contorno a quelle, importantissime, alimentate presso la biblioteca istituita dall'Aprosio.
Un contributo fondamentale alla conoscenza della cultura ligure occidentale coeva (e contestualmente alle sue interazioni con i fermenti culturali del basso Piemonte, delle Alpi Marittime e soprattutto del territorio compreso tra Nizza e Monaco-Mentone), il Gandolfo lo ha lasciato manoscritto, annotando e correggendo in diversi punti una copia dell'Oldoini ora conservata all'Aprosiana con questa segnatura: " OLDOINUS AUGUSTINUS, Atenaeum ligusticum, Perusiae, Ex typographia episcopali", I680, 8° (cm. 20,5), pp. [2], 20, 623, [4], inv. 2130, coll. I, 4, 20, 4, 20 ".
La silloge sugli scrittori liguri riporta sul frontespizio lautografo: " Ad usum fratris Dominici Antonii Gandulphi Augustiniani Vintimiliensis qui emit Romae 1698... Iuliis sex ": molte valutazioni del testo a stampa sono modificate spesso con la citazione " error... (correzione) ... sic Dominicus Gandulphus " (vedi la chiosa di p. 85).
In tutto si tratta di 27 osservazioni di diverso spazio e valore nel testo, 30 correzioni nell"Index Patriae" (p. 571-623): in fine dellopera si individuano quattro pagine manoscritte, ognuna resecata su due colonne: p. A, B. C, D, E, F. G.
La p. A intitolata "Scriptores Ligures Augustiniani" registra 34 correzioni cui seguono 8 in p. B con indicazione della pagina del testo dellOldoini in cui sono trattati i personaggi che riguardano siffatte correzioni e dove peraltro il Gandolfo con segno critico od opportuno lemma ha già provveduto a segnalare la svista bio-bibliografica.
Ancora nella p. B si legge poi l intestazione " Deficiunt in hoc Athenaeo sequentes " cui seguono notazioni biobibliografiche, del tutto simili a quelle usate dallo stesso Oldoini, di 23 scrittori liguri individuati dal Gandolfo ma ignoti allautore della silloge (si tratta naturalmente di un notevole campo di indagine, anche molto settoriale, al cui studio si devono qui necessariamente rimandare gli specialisti, volta per volta, interessati).
Le p. E, F, G presentano tracce di usura e grafia corsiva poco chiara: per questo mio studio valga comunque la segnalazione che a Ventimiglia risultano ascritti 26 letterati di epoche diverse contro i 17 citati dallOldoini (quando nel prosieguo di questo lavoro mi servirò dellopera dellOldoini su cui è intervenuto criticamente il frate userò la denominazione di "Oldoini corretto").
Il Gandolfo ebbe forse da sempre labitudine di registrare quei letterati liguri, agostiniani e non, di cui avesse conoscenza e che non fossero trattati o fossero trattati erroneamente nelle sillogi di Soprani, Giustiniani e Oldoini. Anche in dipendenza di questa consuetudine maturò la volontà di redigere repertori organici (per tematiche, sezioni, ordini ecc.) e, con molta probabilità, il disegno di un catalogo esaustivo sugli scrittori liguri.
Oltre a svariate comunicazioni, nei "Fiori Poetici" ( pp. 46-61 e pp. 221-249) ne "Il Dispaccio Istorico, curioso et erudito...", Mondovì, Veglia, 1695, (pp. 122-133) pubblicò molto materiale inedito dellAprosio, sullAprosio e su vari letterati liguri che fiorirono poco prima di lui o sulla sua scia crebbero in fama e dignità letteraria.
Nellopera seriore, ancora di carattere erudito ma organizzata con una specificità ed una scientificità ignota ai precedenti suoi lavori, la "Dissertatio historica de ducentis celeberrimis augustinianis sciptoribus...", Romae, typis Buagni, 1704 a p. 396 compare quindi la precisazione di voler trattare due letterati liguri dimenticati o mal curati nei cataloghi dellepoca: Ludovico Spinola e il matematico ventimigliese Ambrogio Galleani.
Seguono poi ("Oldoini corretto", p. 397-98) due saggi estratti da un manoscritto del Gandolfo già annunciato di imminente pubblicazione ("Ibidem", p. 395): "Li splendori liguri svelati dalla penna del P. Fra Domenico Antonio Gandolfo... "(il sottotitolo, impressionantemente lungo, riporta i 12 capitoli in cui lopera avrebbe dovuto essere divisa, per trattare gli aspetti storico-culturali più significativi della Liguria).
Il Rossi ("Storia della città di Ventimiglia" ,cit., p. 228) considera lopera rimasta inedita e poi persa; il Perini ("Bibliographia Augustiniana - cum notis biographicis - scriptores itali", Firenze, 1931, II, pp. 94-95) la giudica conservata manoscritta allAprosiana: linedito non si trova ora in questa biblioteca e nemmeno presso lUniversitaria di Genova dove potrebbe essere affluito dopo loperazione tardosettecentesca del Semini che trasportò a Genova, in previsione di unistituenda biblioteca nazionale, molto materiale dellAprosiana (S. LEONE VATTA, "L'intellettuale Angelico e la sua biblioteca" in "L'Aprosiana di Ventimiglia, una biblioteca pubblica del seicento", a cura di S. Leone-Vatta, Ventimiglia, Civica Biblioteca Aprosiana, 1681, p. 22).
Nel parmense "Giornale de' letterati" del 1686 (pp. 149-50) si avvisarono i lettori della pubblicazione di unaltra opera di argomento ligure del Gandolfo: "II valore splendido e generoso palesato nell'insigne Capitano e Eroe del nostro secolo Gio. Francesco Serra + 4 " lettere curiose e erudite". Tale opera, giudicata persa dal Rossi si conserva nella genovese raccolta Durazzo in qualità di manoscritto (A.III.I2) non autografo ma fittamente corretto dall'autore (c. V + 94, mm. 217 X 146): cfr. D. PUNCUH, "I manoscritti della raccolta Durazzo", Genova, Sagep, 1979, pp. 100- 101, n. 31.
Il titolo, per esteso, è (c. 2 recto): "Al valore splendido e generoso pubblicato nellinsigne capitano del nostro secolo Gio. Francesco Serra, marchese dell Almandreletto e di Strevi, signore dello stato di Cassano, Civita, Francavilla, Orria, gentilhuomo della camera del Re Cattolico, del suo consiglio segretario, mastro di campo generale e governatore dell armi dello stato di Milano e Catalogna, di fra Domenico Antonio Gandolfo di Ventimiglia, agostiniano, graduato in teologia, predicatore generale e priore pour la seconda volta del suo monastero e questo con la scorta della vita ms. del suddetto marchese che si conserva nella Biblioteca Aprosiana e daltri celebri storici del nostro secolo, allillustrissimi et eccellentissimi signori Marchesi Giuseppe e Francesco, dignissimi figli dello stesso" (acquistato però e quindi portato via dall'Aprosiana da Giacomo Filippo Durazzo nel 1801 per una lira genovese: Archivio Durazzo, conto n. 95 del 30/XII/I801).
L'incipit detta: " Nellemporio de Liguri, dico nella città di Genova... ": parte dell'opera fu però pubblicata dal Gandolfo nella lettera VI del "Dispaccio" dal titolo: "Il valore splendido e generoso palesato dallinsigne Eroe e Capitano del nostro secolo Gio. Francesco Serra Marchese dellAlmandraletto e di Strevi ecc., Maestro di Campo generale e Governatore dellArmi dello Stato di Milano e Catalogna allIllustrissimo Signore e Patron mio Colendissimo il Sig. Conte D. Filippo Serra dignissimo nipote dello stesso".
L'incipit è: "Essendomi riportato a riverire lIllustrissima Signora Giovanna Spinola... "; ma a p. 42 (linea 12) leggesi in capoverso: " NellEmporio de Liguri, dico nella città di Genova... " e di seguito sino a linea 3 di p. 48; poi alle linee 4-5, si trova scritto: " E tralasciando il resto, che mi riservo a miglior congiontura esponere assieme... " (Genova 15/IX/1694).
Le quattro lettere annunciate dal Bacchini corrispondono poi ad altrettante tematiche pubblicate, sotto forma di epistole progressivamente numerate, nel Dispaccio (" notizie su Ventimiglia ", = lettera II; " commento su un sonetto enigmatico " = lettera XV; "scritti sul Magliabechi" = lettera VIII (in qualche modo continuata nella XXII); " alcuni splendori dellordine agostiniano " = lettera XXIV).
Da questi ed altri testimoni è facile ricostruire come il Gandolfo abbia raccolto, per tutta la sua vita intellettuale, materiale polivalente sulla civiltà e cultura ligure, soprattutto ponentina.
Egli doveva aver progettata un'ambiziosa Summa della ligusticità, ideabile se non ideata sotto il vasto ed onnicomprensivo titolo de "Li splendori liguri..." (mai realizzati però e del resto la nota della "Dissertatio" è del 1704 mentre il lavoro risultava ancora in fieri: sicuramente la morte colse il Gandolfo troppo presto, nel 1707, per aver egli dato una stesura definitiva al suo progetto e soprattutto per essersi garantita, cosa che sempre gli giunse improba, la copertura finanziaria per la stampa di un'opera tanto macchinosa).
E' tuttavia pensabile che egli abbia lasciato un numero di inediti od incompiuti inferiore a quelli giudicati dal Rossi: come visto aveva infatti l'abitudine di impiegare all'interno di contributi più settoriali, e comunque di natura erudita e storica, quali il "Dispaccio" o la "Dissertatio" sequenze narrative teoricamente strutturate per interventi diversi, come per esempio quello sulla cultura ligure o sul Serra, ma che, secondo sue riflessioni, riteneva giusto anticipare ai lettori.
Per</3> approfondire ancora l'argomento sui letterati dell'occidente ligure del XVII secolo si può affermare che il Gandolfo ebbe rapporti particolarmente cordiali con Paolo Agostino Orengo che nel Dispaccio p. 114 definisce "...dotto e amorevole mio amico... > oltre, naturalmente, che con lAprosio cui, prima di entrare in convento, tra laltro propose un suo lascito a favore della " Libraria ", ricevendone però un cortese diniego e linvito a donare piuttosto alla Chiesa (Fiori..., cit., p. 189).
Il Gandolfo doveva avere anche una certa dimestichezza con Giovanni Girolamo Lanteri, di lui più anziano e in qualche modo non gradito allAprosio. Su questo personaggio a parte le citazioni consuete sparse nelle sue opere -è difficile dire se per una sorta di parziale riguardo verso il proprio maestro- non ci ha lasciato però notizie significative o in qualche modo interessanti: mediamente si è limitato a fare rapido cenno agli autori che ne parlarono nelle loro opere, in particolare il Soprani ("Li scrittori della Liguria...", Genova, per Pietro Giovanni Calenzani, 1667, p. 163), che lo giudicò autore di "Sonetti nell'Idioma della Patria" (vedi nota 13), Michele Giustiniani ("Gli scrittori liguri", Roma, per il Tinassi, 1667, p. 384) e lo stesso Oldoini (vedi qui "Oldoini corretto", p.351).
Come già si è scritto, comunque, non doveva il Lanteri, schivo ed avverso a molte novità dei tempi, essere un personaggio in sintonia con il Gandolfo, amante, al pari dAprosio, delle più svariate e moderne esperimentazioni culturali: e del resto il Giustiniani (rammentandoci che nel 1667 costui aveva circa 72 anni [era quindi di 12 anni più anziano dello stesso Aprosio], che molto aveva viaggiato e altrettanto corrisposto con numerosi eruditi italiani, che in particolare era ottimo conoscitore della lingua spagnola, portoghese e francese) aggiunse un giudizio abbastanza decettivo, in cui le lodi risultano presto sormontate e quasi soffocate da una chiusa inquietante, soprattutto a riguardo del carattere di tale personaggio: " ... Egli insomma è un uomo raro, ma freddo non meno delle nevi del Caucaso e più che irresoluto nelle proprie operazioni. E se col mezzo della sua penna averebbe potuto rischiarare le tenebre oscurissime delle antichità della patria, ad ogni maggior segno non è stato poco il poterne cavare un "Discorso dellAntichità di Ventimiglia" ["Discorso o Relazione delle patrie antichità" secondo l'Oldoini] ".
Loperetta godette di uneccellente divulgazione sotto la specie di copie manoscritte e, contestualmente, di buona fama; denotava però dei limiti tecnici e lAprosio ("La Biblioteca Aprosiana...", cit. p. 258) ne corresse giustamente alcune affermazioni sulla topografia dellantica "Albintimilium" ("Ibidem", p. 74).
Di questo lavoro del Lanteri (che pure godeva di buon nome anche fuori di Ventimiglia e che soprattutto fu accreditato informatore dellUghelli, relativamente allarea intemelia, per l"Italia Sacra" ), sorprendentemente non sembrava essere stato assimilato dallAprosio o dal Gandolfo alcun esemplare nella biblioteca.
Dopo non poche investigazioni ho individuato una copia, di mediocre qualità, nella "Biblioteca Girolamo Rossi VI, Miscellanea storica ligure, 83, a ", dellIst. Internazionale di Studi Liguri di Bordighera, dove si legge sul fronte di un confusionario ma non inutile resoconto storico su "Ventimiglia dalle origini al pieno '600": " sono le memorie copiate da Geronimo Lanteri nel XVII secolo " (mano del Rossi; testo secentesco senza indicatori: del Lanteri, della sua attività di storico, dei suoi contrasti con lAprosio e della sua ideale funzione di padre spirituale (in modo diverso, ma in reciproca e scomoda compagnia con lAprosio) delle " Atene ventimigliesi del XVII secolo " ho parlato dettagliatamente nella conferenza tenuta a Ventimiglia il 9/II/1984 nel quadro delle iniziative culturali promosse dalla "Cumpagnia d'i Ventemigliusi" di cui si può leggere la mia breve sintesi omonima Fermenti letterari nella Ventimiglia barocca di fine diciassettesimo secolo in " La Voce Intemelia ", 1984, 23/II/1984).
Traccia sicura di convergenze operative tra letterati dellarea intemelia, del nizzardo e del basso Piemonte è invece chiaramente stampata in "Dispaccio" pp. 22-30.
Ad una lettera del Gandolfo (datata Ventimiglia 25/IV/1692) al marchese Felice Spinola in cui si trattano le gesta, nella battaglia di Buda (lettera III), del barone Michele dAste, del marchese Gio. Domenico Spinola e del marchese Gio. Battista Doria seguono a guisa di appendice e di cornice accademica, tre epigrammi latini; sono dedicati alitre personaggi secondo lordine suesposto: il primo è di Paolo Agostino Orengo, il secondo del Corvesi (poeta ed erudito di Sospello che tuttavia che si qualifica " in Civitate Vintimilii Humaniorum Litterarum Magister "), il terzo di Gio. Paolo Fenoglio.
Tra i letterati più attivi nel gruppo ventimigliese di fine seicento, con rigore menzionati dal Gandolfo nellOldoini corretto quanto nelle sue altre opere di varia erudizione, si possono comunque riconoscere numerose altre personalità.
Gli eruditi a nome de Lorenzi furono due: Antonio Francesco, uomo di discreti interessi intellettuali ("La Biblioteca Aprosiana" p. 486) e Giacomo Antonio successore del Gandolfo allAprosiana ("Leone-Vatta cit.", p. 23) cui probabilmente sono da ascrivere le "Pandette della Biblioteca Aprosiana del 1714" segnate in " note Orengo ", sorta di abbozzo (attualmente irreperibile) di catalogo novecentesco dellillustre bibliotecario, come MS. 76).
Ho poi individuato ancora nella "Biblioteca Rossi", dellIstituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera, un "Libro di cansonette, sonetti e madrigalli", manoscritto cartaceo di fine XVII secolo, in 16°, fogli numerati 38, mutilo: su numerose pagine compare la firma di un de Laurentiis (impossibile tuttavia riconoscere a quale titolo).
Le poesie hanno strutturazione tardo-secentesca e modulazione altalenante dallamoroso (per esempio il sonetto "Amante fedele" di p. 24) a tematiche apparentemente scherzose che si caricano però spesso di dissertazioni sulla brevità o futilità della vita umana secondo unimpostazione, peraltro cara allultimo Aprosio, di importanti poeti tardo barocchi quali un Artale od un Lubrano: caso emblematico di poesia lubrica che veicola in definitiva vere e proprie meditazioni è per esempio il sonetto di p. 32 dal titolo "Orologio solare in un muro d'un Cacatoio" che merita di essere proposto quantomeno per l effetto cromatico di immagini solo apparentemente volgari che, abbastanza gradevolmente, si trasformano invece in pensamenti seriosi:
"Orologio Solare in un muro d'un Cacatoio / Sonetto


Perché bene del tempo io spenda l'hore
Inargentato stral quivi le segna
E posto in questo posto egli m'insegna
Che il tempo speso mal dà mal odore.
Tutto il tempo ch'io passo al Cacatore
Temo ognor il mal che non mi venga
Perché so ch'ogni cosa abenché degna
Al par d'una Cacata nasce e more.
Quivi il Sol mi chiarisce e vol ch'io veggia
Che l'huom che va con sì superbo aspetto
Qual ombra nello sterco erra e passeggia.
Che al tempo corruttor tutto è soggetto
E ch'al tirar dell'ultima correggia
Ogni cosa mortal non vale un [testo mutilo di una parola]"


Due furono anche gli eruditi di cognome Orengo: Paolo Agostino (in questo saggio citato già più volte) e Gio. Angelo (di Gio. Batta e Vittoria Casanata: G. ROSSI, "Storia..., cit.", p. 271): furono in stretti rapporti culturali con questi il medico-letterato G. P. Fenoglio (cfr. "Oldoini corretto", p. 575 e G. ROSSI, "Storia..., cit.", p, 271) e il sacerdote di Dolceacqua Giuseppe Maccario, uomo di buona cultura e non solo teologica, di cui rimane "II Presagio. Discorso sacro all'ill.mo e rev.mo Sig. Monsig. D. Gio. Girolamo Naselli, Vescovo di Ventimiglia dal dottore D. Giuseppe Macario di Dolc'Acqua", Nizza, per il Romero, 1685.
Il colto vescovo Naselli (1685-1695) fu propugnatore delle iniziative culturali del Gandolfo (G. ROSSI, " Storia..., cit.", p. 242) e portò a Ventimiglia, nellaprile del 1690 il celebre Paolo Segneri a tenere le sue prediche (Id., in " San Remo ", 11/VII/1866: in questo articolo il Rossi pubblicò una lettera del Naselli a questo proposito).
I dotti ventimigliesi risentirono più positivamente di quanto in genere si sia pensato dellinflusso del Gandolfo che, in maniera maggiore e decisamente più organica di Angelico Aprosio, seppur non senza fatica ("Dispaccio..., cit.", p. 114-15), si impegnò nel rinsaldare questa piccola falange di eruditi, mediamente divisa in microfazioni da futili e minuscole gelosie, e , per qualificarne ulteriormente tanto lesistere quanto la valenza culturale, la innestò, quasi fosse un continuum ideale, sul tronco di quella locale ed antica tradizione culturale che egli andava rivisitando con accuratezza e rigore sempre più scientifico.
Per questa visione volutamente campanilistica delle cose, che gli conferiva con tutti i suoi limiti la potenzialità di battezzare Ventimiglia come luogo poeticamente amoenus e quindi dignitoso per ospitare le meditazioni pseudoclassiche dellotium negotiosum, il Gandolfo si garantì lopportunità di riscattare alla città, e più estesamente a tutto lestremo ponente, quei letterati che, in tempi anche remoti, vennero ascritti erroneamente ad altre aree dagli estensori delle diverse sillogi sui liguri (ed altri ignoti, come già visto, curò di riproporre allattenzione del mondo letterario): il dotto teologo del XV secolo Battista de Giudici ("Oldoini corretto" p. 85), Marco Antonio Orengo che nel 1630 scrisse sulle pestilenze ("Ibidem" p. 415 e 575), Vincenzo Lanteri (rivendicato di nascita contro lOldoini, che lo ritenne ingauno, a Ventimiglia: già arcivescovo di Ragusa e poi di Veroli costui fu un illustre autore di testi teologici) , lo sconosciuto predicatore di Camporosso Pasquale Berta ("Oldoini corretto" p. B e D) e gli egualmente ignoti eruditi Giovanni Battista Cotta ("Ibidem" p. C) e Arcangelo Davio di Tenda ("Ibidem", già nei "Fiori" p. 14).
Proprio perché più municipalista del predecessore il Gandolfo finisce oggi con lessere a volte più utile, per riconoscere alcuni fenomeni culturali del ventimigliese, di quanto possa esserlo il fondatore dellAprosiana.
Il Gandolfo soprattutto a lungo e utilmente parlò di Paolo Agostino Aprosio autore dell"Opera morale de' sette peccati mortali trionfati dalle Virtù opposte", Genova, per il Franchelli, 1674 ("Fiori Poetici...", cit., p. 241), dellerudito Carlo Speroni ("Oldoini corretto" p. 575), di Filippo Aicardi di Camporosso autore de la "Scuola della salute cioè istruzione del vero cristiano", Genova, per il Guasco, 1654 ("Ibidem", p. 604). In particolare pare sintomatico il giudizio sullo Speroni: mentre il Gandolfo lo volle ventimigliese, lAprosio lo giudicò " nobile genovese originario di Ventimiglia" e fu tra laltro più corretto per quanto meno campanilistico ("La Biblioteca Aprosiana ...", cit., p. 592).
In numerosi testi del fondo storico, in " Miscellanea ligure " (arm. 13) dellAprosiana compaiono alcuni emblematici segni critici del Gandolfo (e forse di altre mani coeve ma non dellAprosio): sono prove di ripetuti controlli biblioteconomici e più di una volta celano, anche con una certa fragilità critica, il tentativo di ricondurre allarea ligure occidentale lorigine di alcuni letterati del passato remoto e dai connotati tuttora alquanto imprecisabili .
A questo punto stupisce quindi che a questo ostinato e talora pedante restauratore delle glorie letterarie cittadine siano sfuggiti due personaggi come Cristoforo de Giudici e Gio. Stefano Speroni, ventimigliesi, di cui certamente alla sua epoca circolavano, manoscritti, saggi poetici.
Nella plurimenzionata " Biblioteca Rossi " individuai "Giornata Amoroza per Cristofaro Giudice Ligure Vintimiglieze" (in " IV, manoscritti di storia genovese e ligure, 67 ") manoscritto cartaceo originale del XVI secolo, in 6°, fogli non numerati; legato di recente con Prudente e accorta conversatione con glaltri principi con che si acquisti la gracia loro e perfettione di se stesso operetta politica scritta a Ventimiglia dal dott. Gio. Stefano Speroni e con prefazione datata al 1617: in 16°, fogli numerati 204.
Col gruppo culturale intemelio ebbero peraltro fruttuosi contatti eruditi del nizzardo come il poeta Giovanni Francesco Martini e lepigrammatista Pietro Andrea Trinchieri ("Oldoini corretto", p.463-64) e di Sospello come Pietro Corvesi ("Ibidem", p. 458); questa testimonianza non è senza significato, attesta semmai la vetustà di una radicata tradizione di rapporti culturali oscillanti tra il Basso Piemonte, Nizza, Sospello e la costa ligure: precisando, e sembra davvero il caso, che al lemma "cultura", naturalmente in relazione alla diversità delle indagini, si possono attribuire tranquillamente tutte le valenze possibili, comprese fra gli estremi, non obbligatoriamente contraddittori, di "cultura colta" e di "folklore").
Spesso, per una tradizione che affonda nella notte dei tempi, cultura e tradizione nel Ponente ligure si sono più pacificamente intrecciate con le consimili esperienze dambiente sabaudo che con quelle propriamente genovesi: specialmente nel Capitanato di Ventimiglia, al confine del Dominio di Terraferma, la presenza della Repubblica si ostentò spesso con arroganza e, soprattutto, con unassoluta incapacità di ben governare sì che lo spirito popolare, quasi procedendo di conserto con le esternazioni di una certa intellettualità sempre più ingelosita dallindifferenza del pubblico potere, finì per identificarsi apertamente con usi e costumi delloltregiogo.
In chiave squisitamente letteraria e storiografica nemmeno pare un caso che il gesuita Teofilo Rainaldi di Sospello, relativamente intimo del ventimigliese Girolamo Lanteri, funse da appassionato intermediario -in una geografia religiosa che, peraltro con giustezza, preannunciava gli stretti legami dellantica religiosità ligure occidentale con quella pedemontana- per i già menzionati contatti dello storiografo intemelio con l abate Ferdinando Ughelli (vedi: F. A. DELLA CHIESA, "Catalogo de scrittori piemontesi, savoiardi e nizzardi...", Carmagnola, per il Colonna, 1660, p. 259-64).
In una lettera da Chiavari, del 2/IV/1692 ("Dispaccio...", cit., p. 92-96), il Gandolfo si qualificò poi come arbitro allinterno di una disputa poetica tra lerudito di Dolceacqua Giuseppe Maccario e un innominato dotto monegasco: contestualmente si andava affermando il modesto ma fecondo e comodo stampatore nizzardo Giovanni Romero che evitò, in molti casi, la necessità di rivolgersi a stamperie situate in località assai lontane: ho individuato nellAprosiana 18 titoli di volumi usciti da questa stamperia tra gli anni 1685-87.
La buona fortuna del Romero è unaltra prova della vivacità culturale che si manifestò nel Ponente ligure verso la fine del seicento: il successo di questa stamperia è altresì testimonianza degli stretti collegamenti tra autori di ambiente nizzardo e ligure occidentale che, se nel tipografo avevano scoperto un naturale referente per editare con relativa comodità le loro opere, nella biblioteca istituita dallAprosio ed ora governata dal Gandolfo da tempo trovavano oramai un comune ed importante punto di riferimento culturale, tanto significativo da travalicare, sotto il profilo intellettuale e morale, la modestia di artificiosi confini politici per nulla corrispondenti allo spirito di collaborazione e anche di arguta competizione (ed al riguardo si valuti con la dovuta comprensione, specie in merito a questepoca pregna di soggioganti conformismi, limprevedibile liberalità e la sorprendente apertura intellettuale, non certo consueta in altre contrade dItalia, che sulla linea di confini , già oggetto di due contese belliche tra Genova e Piemonte nel 1625 e nel 1672, finisce per eleggere il "suddito genovese" Gandolfo a "giudice assoluto di una disputa letteraria" venutasi allora a creare tra un monegasco, cioè uno "straniero in qualche modo asservito ai forti ma imprevedibili Grimaldi", e, peggio ancora!, un "erudito suddito dei Doria di Dolceacqua", col passar degli anni sempre "meno genovesi" e "sempre più legati ai Savoia", comunque costantemente impegnati in un ambiguo barcamenarsi che cesserà solo con Napoleone).
Non ho invece reperito pubblicazioni di natura accademica, prodotte da questi ventimigliesi o comunque da porre apertamente in relazione con lattivismo intellettuale gandolfiano.
Compaiono invece interessanti esercitazioni accademiche nel MS. 40 dellAprosiana.
Data però lartificiosità di questa miscellanea, può trattarsi di scritti di diversa provenienza: raccolti magari dal Gandolfo stesso per le sue documentazioni oppure inviati alla biblioteca da aderenti ad altre Accademie od ancora frutto di casuali esercitazioni poetiche raccolti plausibilmente tra fine 600 e primi del 700 anche dal terzo bibliotecario dellAprosiana, il De Lorenzi.
Dagli indicatori e dal contesto paiono operazioni culturali di fine XVII e pieno XVIII secolo: (1) c. 63-64 (mm. 270 X 207) ode di contenuto religioso, "Che si deve piangere da Cristiani per la morte di Cristo", del tipo metrico abBaCC (settenari alternati a endecasillabi): autore pare leggersi " D. Semini " e poi, sicuramente, " l'accademico Dubbioso "; (2) c. 61-62 (mm. 270 x 203) "Riflessioni di Pasquino fatte sopra l'elezione del futuro Pontefice" con veste metrica di terzine incatenate di endecasillabi (del tipo ABABCB): è da datarsi posteriormente al 1676 in quanto, dal contesto, risulta da connettersi alla disputa sorta sullelezione del Pontefice dopo la morte di Clemente X (Emilio Altieri); (3) c. 67-70 (mm. 275 x 203) "Appendice fatto dall'Accademico Curioso al Discorso intitolato la Giostra Papale dei Cardinali che aspirano al Papato nel Conclave di Alessandro ottavo": databile dal contesto Roma 1691 ha i connotati di una riqualificazione di alcuni cardinali papabili: Cybo, Barberini, Barberigo, Marescotti (in particolare, già gradito al Gandolfo come si legge in "Dispaccio...", cit., p. 81), inidentificabile lautore.
Nel MS. 40 bis ho rinvenuto alcuni fogli di esercizi letterari e poesie latine di finalità religiose; ho trovato però una lettera (c. 12 recto e verso - mm. 220 x 152) datata Ventimiglia 8/X/1676 di Gio. Maria Fenoglio indirizzata al " Molto... G. Maccario... Dol... " (consigli su studi legali) sul cui verso mano diversa aveva vergato in due stesure, minuta e definitiva, il madrigale " Nocchier ch'in l'onda egea " e esercizi anagrammatici-encomiastici, di scuola del Minozzi, sulla base linguistica Innocentius "Undecimus Pontifex Odescalcus" (Benedetto Odescalchi, papa dal 1676 al 1689): 6 variazioni-anagrammatiche.
Dalla grafia sospetta e dal contenuto profano del madrigale lo ritenni esercizio accademico: loperazione linguistica dellanagramma, comune per il Gandolfo ("Fiori Poetici...", cit., pp. 195-220) e luso di riutilizzare il verso delle lettere mi fece pensare allagostiniano.
Lunica " Accademia " ufficialmente documentabile a Ventimiglia è però databile dal 1715, nominata " Il Gabinetto Accademico ": una sorta di consorteria di religiosi eruditi che composero e pubblicarono in occasione di particolari eventi liturgici.
Sorse sotto Giacomo Antonio de Lorenzi, appunto il terzo bibliotecario dellAprosiana: il Rossi ne segnalò unoperetta apologetica nei riguardi di S. Caterina dAlessandria curata (come si firma nellautografo in calce al testo a stampa) dal Padre G. B. Conradi di Cuneo e intitolata "Il divoto e mistico problema...", Cuneo, per li Benentini, 1715 (sullo stesso argomento individuai "Per il solenne e festivo giorno dell'Eroina d'Egitto Catarina la Santa", stessi dati di luogo e stampa: manifesto a stampa, dedicato al vescovo ventimigliese Carlo Maria Mascardi, sul lato inferiore della cornice leggesi lautografo " l'Accademico Incognito ").
Oltre che prove di contatti con lambiente culturale del basso Piemonte mi parvero comunque i residui di una vecchia consuetudine religioso-cultuale che il vescovo Naselli volle a lato delle attività del Gandolfo, più esclusivamente culturali: nel 1692, per S. Giovanni Gonzales, si pubblicò "Duplex virtutum et prodigiorum Zodiacus concinnatus in Ecclesia S. Augustini albintimiliensi et episcopo Hyeronimo Nasellio dicatus", Genuae, typis Casamarae, 1692 (G. ROSSI, "Storia...", cit., p. 242).
Eppure il Gandolfo, in conformità alluso dei tempi, aveva, ben prima di tutti questi labili quanto effimeri sperimentalismi, ideato di travalicare la dimensione edenica quanto artificiale di una biblioteca, appunto lAprosiana, che si proponesse quale artificioso approdo per incontri intellettuali ed erudite adunanze.
Nonostante la potenza culturale che scaturiva da ogni armadio della "Libraria", anzi quasi da ogni sua "scansia", essa era pur sempre un organismo connesso allattivismo di un ordine religioso, appunto quello agostiniano, che, per quanto nobilmente intellettuale, secondo il variare di certi equilibri (magari anche soltanto per il sopraggiungere di un priore ottuso, come era anche avvenuto ai tempi dellAprosio) poteva decadere celermente o più probabilmente venir preclusa ad incontri giudicati fin troppo mondani.
Il Gandolfo ambiva quasi dai primi suoi passi di bibliotecario alla realizzazione di unAccademia, giustapposta certo allAprosiana sua naturale fucina culturale e documentaria, ma comunque sottratta alla geografia, fisica e morale del cenobio, magari realizzata non lontano, plausibilmente in qualche casa nobiliare sufficientemente spaziosa della città medievale, sullaltura a ponente del Roia.
Del resto da buon documentarista non era stato certo inerte, si era guardato intorno, aveva assistito allo sviluppo, embrionale spesso ma comunque promettente, di analoghe strutture tra Liguria occidentale ed area sabauda: peraltro era sicuramente, e con giustezza critica, convinto che solo unAccademia che esistesse in simbiosi con un un centro di cultura di portata non solo italiana come la "Libraria" intemelia fosse in grado di attrarre in unarea così geograficamente periferica un gran numero di eruditi, finendo con il far intersecare fruttuosamente le vie, altrimenti sterili , degli accademici residenti in loco con quelle di lontani ma importanti "fautori" (quelli peraltro recuperabili dai tanti suoi corrispondenti ed appassionati fruitori dellAprosiana).
A Taggia, nellimperiese, dove tra laltro si ebbero non isolate testimonianze di attivismo culturale, il 19 Agosto 1668 nellabitazione del facoltoso Giovanni Stefano Asdente si inaugurata lAccademia dei Vagabondi (limpresa o stemma era un sole raggiante): non sappiamo se vi fu ascritto il Gandolfo, ma di ciò non sussiste traccia documentaria. Lultrassessantenne Angelico Aprosio ne invece fu il membro più illustre e vi prese il nome di "Aggirato" ma, oltre alla mezione che ne fa lui stesso nel frontespizio de "La Biblioteca Aprosiana" non rimasero tracce di qualche sua significativa partecipazione alle eventuali adunaze che vi si dovevano tenere: non mi sembra mera illazione affermare che lanziano e celebre frate potesse soffrire legemonia esercitata in tale consesso dal poligrafo suo "Principe.", lavvocato Giovanni Lombardi che, perlatro, si limitò a produzioni dinteresse locale o lasciate manoscritte, come quei pochi sonetti che nel XIX secolo individuo lerudito Canonico Lotti e che restano la sola vera testimonianza intellettuale delleffimera istituzione.
Girolamo Rossi, in suo saggio parzialmente sopravvalutato ha negato che esistesse a Sanremo unAccademia degli Affidati: però nellarea diocesana intemelia dal 1654 fu sicuramente attiva lAccademia degli Intrecciati di Sospello mentre Mentone e Monaco produssero letterati di una certa vivacità che operarono isolatamente sino a quando, nel 1718, confluirono nella locale Accademia dei Mendichi e, stranamente, in una seconda Accademia, sorta in Sospello (20 luglio 1702) di contro a quella degli Intrecciati, col nome degli Occupati.
Come scritto sopra il progetto gandolfiano di unistituzione accademica in Ventimiglia se era confortato dalla pur stentata esistenza di siffatti fenomeni accademici non ne doveva certo portare i difetti insiti: dal provincialismo alla "dittatura" culturale di un Principe accademico che molto spesso aveva il solo pregio dessere il solo mecenate se non appena il bizzoso proprietario dei locali messi a disposizione.
Essendo intelligente e soprattutto dotato di ponderata ragionevolezza il Gandolfo ideò, come detto in simbiosi culturale e ideale con la sua grande biblioteca, qualche cosa di ben più importante e duraturo.
Per questo non agì di getto, meditò a lungo sullipotesi e soprattutto cercò nei suoi amici eruditi non solo dei fruitori dellistituzione ma anche dei costruttivi collaboratori.
Trovò risposte concrete in Camilla Bertelli Martini e soprattutto in suo figlio Giovanni Francesco Martini che compose, nel volume di liriche "Studia literarum excitata", Nizza, per il Romero, 1686, lemblematica "Ode al M. R. P. Maestro Gandolfi Agostiniano. S'invita il detto Padre ad indrizzare in quella Città l'Accademia degli Oscuri": a questi significativi interlocutori saccostò contemporaneamente il poeta nizzardo Trinchieri che scrisse un carme, edito dal Gandolfo nel suo "Dispaccio"..., cit., p. 119, in cui si esaltava lidea di erigere in Ventimiglia unAccademia degli Oscuri.
Altri ancora parteciparono alla progettazione: si dovettero tenere incontri, discussioni, forse anticipò qualche saggio di esercitazione accademica: da due lettere ancora pubblicate nel Dispaccio (coi numeri XX e XXI), una di Gio. Angelo Orengo Casanata (Roma, 30/VIII/1687) indirizzata al Gandolfo e laltra di questi allOrengo-Casanata (Ventimiglia 14/IX/1687), apprendiamo che lidea di istituire unAccademia, favorevolmente discussa e in più casi caldeggiata con vigore intellettuale, giunse estremamente prossima ad una concreta realizzazione poco prima della metà del 1687.
Sul nome ci si mantenne sempre piuttosto fermi e convinti: doveva essere detta degli Oscuri e la sua impresa sarebbe stata la notte oscura, con le stelle nel cielo e il motto in obscuritate sydera: come a dire, capricciosamente, che pure a Ventimiglia esistevano delle stelle, di certo poetiche.
Si era, come detto assai vicini a finalizzare quello cui non solo il Gandolfo ma più intellettuali aspiravano, che il tanto sognato progetto rapidamente naufragò.
Il frate bibliotecario, contro ogni aspettativa, fu però improvvisamente richiamato altrove, per periodi più o meno lunghi, onde espletare compiutamente i suoi doveri religiosi e non relegarsi, come il suo predecessore allAprosiana, nello spazio della "Libraria", gratificante sotto molti profili ma non certo, eminentemente almeno, sotto quello apostolico e religioso.
Il Gandolfo non potè quindi dar sostanza al suo sapiente lavoro di riunione delle energie culturali intemelie e non sotto legida di unAccademia realmente esistente, nobilitata da un rapporto simbiotico con uneccelsa biblioteca: ai suoi collaboratori se non la volontà e limpegno mancavano purtroppo la personalità, le conoscenze e il carisma per portare a termine, in sua vece, tale operazione.
LAccademia di conseguenza non vide mai la luce: non esisteva ancora nel 1704 quando il frate, preoccupato dal fatto che ci si interrogava a livello di eruditi europei ("Actuum Eruditorum", Lipsiae, VII, 3, "Supplementorum", p. 300 - 301) sulla mancanza di notizie a riguardo di tale istituzione, provvide nella "Dissertatio" (p. 392) alla seguente precisazione: " Non poterat P. Gandolfus dare notitiam statvs Academiae Obscurorum, quia non erat adhuc instituta, sed instituenda, ut in epistulis expresse patet. Nanc quoque initium non sumpsit ob eiusdem Gandolfi; absentiam fere continuam".
Le assenze cui il Gandolfo fece riferimento erano dovute ai suoi, sempre piu frequenti, impegni presso il convento genovese di N. S. della Consolazione: a questo venne definitivamente assegnato dal 1694, come ricaviamo da una sua lettera del 31/VIII/1694 a Battista Durazzo; la lettera più tarda che documenta una sua continuativa attività a Ventimiglia risale al 25/VI/1692 ed è indirizzata al marchese Felice Spinola.
Il Gandolfo dovette gradualmente abbandonare le buone iniziative che stava curando a Ventimiglia; non interruppe mai il colloquio coi dotti ventimigliesi, certamente rimase in contatto con lAprosiana e la provvide di libri, sicuramente ritornò, per varie ragioni, alla città natale, forse ancora dopo il 1703, ma non vi concretizzò alcuna Accademia e tantomeno vi dedusse una Colonia di Arcadi .
Girolamo Rossi, senza curarsi di indicarne il luogo di conservazione o leventuale fonte, pubblicò invece con molta enfasi un frammento di diploma, oggi irreperibile, secondo cui, a suo giudizio, il Custode dellArcadia romana avrebbe autorizzato il Gandolfo, nominato secondo luso pastorale "Arcanio Gentile" (in realtà gli fu conferito il nome pastorale in Arcadia di Arcanio Caraceo) ad istituire una Colonia di Arcadi a Ventimiglia.
Fu uno svarione dello storico poiché la semplice lettura del diploma ci fa comprendere che il Crescimbeni e i suoi amici non autorizzarono con tale documento la deduzione di una Colonia intemelia ma semplicemente di comun assenso accettarono di annoverare il ventimigliese tra gli Arcadi: del resto lo stesso Gandolfo, nel frontespizio della Dissertatio, si qualificò oltre che come Infecondo di Roma, Fisiocrate di Siena e Apatista di Firenze anche come Arcade romano.
La morte colse il Gandolfo nel 1707 nel convento agostiniano di Genzano presso Roma cui era stato assegnato.
DallArcadia del Crescimbeni ("L'Arcadia del Canonico Gio Maria Crescimbeni Custode della medesima Arcadia di nuovo ampliata e pubblicata d'ordine della Generale Adunanza degli Arcadi, colla gionta del Catalogo de' medesimi...", In Roma, Per Antonio de Rossi alla Piazza di Ceri, 1711, p. 357) si apprende che "Arcanio Caraceo. Padre Domenico Antonio Gandolfi da Ventimiglia Agostiniano" fu ascritto tra i membri dellaccademia degli Arcadi di Roma nel corso di unadunanza tenuta l8-XI-1703.
Nel 1986, dovendo io giustificare per altro tipo di investigazioni lesistenza del diploma citato dal Rossi nel suo lavoro sulle "Accademie liguri" lo registrai con molti punti interrogativi, tenendo anche conto del fatto che il Rossi ne aveva riportato un frammento, senza alcuna datazione: "Alfesibeo Cario [correttamente il nome pastorale del Crescimbeni] Custode generale dell'Arcadia ad Arcanio Gentile e valoroso pastore di Ventimiglia. Avendo noi fatto a notizia di nostra pastorale Repubblica nella piena Ragunanza tenutasi il sotto giorno, che voi Arcanio Gentile e valoroso pastore della culta e deliziosa campagna ventimigliese chiedete essere annoverato fra i gentilissimi e valorosissimi pastori di Essa...Noi pertanto, a nome di tutti, vi palesiamo con questo scritto esser voi stato volentieri e di comun consenso annoverato fra noi e dichiarato Pastore arcade con tutti gli onori e pesi che da ciascuno di nostra Ragunanza si portano...".
Alla luce di successive acquisizioni è semplice adesso ribadire quanto scrissi allora, integrandolo opportunatamente: il documento citato dal Rossi era veramente lattestato di investitura del 3 novembre 1703 (chissà per quale via tornato allAprosiana da Genzano e poi comunque andato perso!) del Gandolfo ad Arcade romano col nome pastorale di Arcanio (ora ne "L'Arcadia...", cit., libro V, p. 186 citato semplicemente così come autore di sillogi critiche di letterati, ora più specificatamente menzionato per esteso quale "Arcanio Caraceo" a p. 357).
"Arcanio Gentile" fu una svista del Rossi, tramandata ai posteri me compreso: larcade "Arcanio Gentile" a differenza di "Arcanio Caraceo" in un certo qual modo non è neppure mai esistito per il semplice fatto che tutti gli Arcadi erano definiti dalla loro "interna burocrazia accademica" "gentili e valorosi" (e quindi al singolare "gentile e valoroso") quando erano menzionati col solo e principale nome pastorale. Confondendosi nelluso altalenante di XVII e XVIII secolo tra iniziali maiuscole e minuscole, il Rossi (oltre ad errare nella sua ipotesi dellistituzione di una colonia arcade in Ventimiglia) ritenne "Arcanio Gentile" nominazione completa e pastorale del Gandolfo, quando doveva invece intendere, grazie anche a quellindagine paleografica di cui era un esperto, "Arcanio gentile" cioè "Arcanio [Caraceo (al secolo D. A. Gandolfo)] gentile e valoroso pastore [cioè "poeta e letterato"] della culta e deliziosa campagna ventimigliese [cioè "originario della bella e feconda terra di Ventimiglia"]...nella piena Ragunanza tenutasi il sotto giorno....dichiarato Pastore arcade...[cioè "ascritto fra gli Arcadi di Roma il giorno 8 novembre 1703"]" [nota bene: per le abbreviazioni delle opere e gli eventuali approfondimenti si rimanda allarticolo di B. DURANTE, "Biblioteca Aprosiana, dibattiti eruditi e progettazioni accademiche fra 1650 - 1700", in "APROSIANA - RIVISTA ANNUALE DI STUDI BAROCCHI", Nuova Serie, Anno VIII -2000]


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